DON ALESSANDRO SCARDONI
Oltre la tribù: la difficile scelta della fraternità
La tenacia umana che, tra crisi globali e turbolenze sociali, sceglie ancora la comunità
Due istanze, d’altronde tra loro correlate, hanno contribuito a riportare in auge il tema della fraternità, nel pensiero cristiano e oltre: l’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco e, in controluce, le turbolenze alla convivenza planetaria: crisi climatica, guerre e riarmo, pericoli pandemici, insicurezze economiche e finanziarie. Fraternité, come si sa, è sempre rimasta la sorella dimenticata del celebre motto della Repubblica Francese; ha primeggiato la Liberté e sofferto l’Égalité, ridotta troppo spesso alla richiesta di propri Diritti, legittima-mente, ma quasi ossessivamente. A conferma di ciò, è singolare e congruente che tutti ricordino un famoso titolo di Zygmunt Bauman, Modernità liquida (2000), riflesso della contemporanea voglia di libertà, ma quasi nessuno abbia fatto caso al successivo Voglia di comunità (2001), che ne doveva essere il correlato, presumendo l’autore una diffusa cosciente avvertenza di assenza dello stare insieme.
L’oblio della fraternità dal piano pubblico è stato più volte giustificato attribuendo all’ideale la pecca di essere troppo etereo e sentimentalistico, per non dire spirituale, e quindi adatto esatta-mente e solo come slogan. In realtà, che si tratti di un’aspirazione profonda non è a mio avviso un tratto squalificante, bensì la sua autentica forza.
Con questa ultima osservazione non fatico a capirne la rinascita proprio in ambito religioso. Il 4 febbraio 2019 Papa Francesco e il grand’iman di Al Azhar hanno firmato una dichiarazione comune sulla Fratellanza umana per la pace e la convivenza e con l’enciclica Fratelli Tutti lo stesso papa ci consegnava questa ministerialità, fondata per noi nella fede e nell’azione di Gesù. L’invito alla familiarità universale è per i cristiani indisgiungibile dal dono del Figlio, che ci insegna che Uno solo è il Padre e noi, in Lui, tutti fratelli e sorelle (Mt 23,8–9). Dio ci ha eletti come sua eredità, invitandoci a fare reciprocamente lo stesso, a sceglierci e adottarci come fratelli e sorelle tutti/e; e noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita quando ci amiamo da fratelli e sorelle (1Gv 3,14).
Ciò mi induce due specifiche considerazioni che mi restituiscono la fraternità come una missione onerosa ed entusiasmante. Niente di sdolcinato.
Lo psicologo Jonathan Haidt ha brillantemente sottolineato che l’essere umano ha di suo una mente tribale; pertanto la tensione alla consociazione universale, descritta dal vangelo, assume un tenore sorprendentemente divino: è chiamata dall’Alto, senza peraltro esserci estranea. Lo stesso psicologo di per sé aggiunge che siamo programmati per la tribù, ma possiamo scegliere la comunità. Che si tratti di un impegno, se non in qualche modo di una conversione, lo segnalava anche Benedetto XVI scrivendo che la società globalizzata ci ha avvicinati, ma diventare fratelli e sorelle spetta a noi (Caritas in Veritate, 19; Fratelli tutti, 12).
In seconda battuta e coerentemente sta il rilievo – anch’esso di sapore evangelico – che la convergenza di cuori di cui trattiamo non si costruisce tra simili, ma tra diversi. L’alterità è rivelativa e noi ci troviamo proprio sbilanciandoci, verso l’altro/a, verso l’altruismo, verso l’Altrove. Cosicché, tanto più la chiesa si manifesta come femminile e maschile, multiculturale, multi-forme, ecumenica, socialmente variegata e versatile, tanto più è chiesa, assemblea di chiamati/e.
Con Charles Taylor constatiamo allora che il pluralismo di questa età secolare non è una minaccia per la fede, ma suo banco di prova.
Al contrario, uno dei grandi pericoli odierni è che la suddetta voglia di comunità, in un contesto complesso, si risolva in nuovi marcati tribalismi. Tra i credenti, talvolta tra i più fervorosi, c’è il rischio di volersi trincerare in consonanze di bandiera, in un identitarismo emotivamente seducente, nel «rifugio che non abbiamo mai smesso di cercare», direbbe ancora Bauman. Per non cadere in cameratismo e rigidismi, ma anche nell’opposto del narcisismo e autoreferenzialità bisognerà quindi passare dalla croce quotidiana dell’accoglienza, nelle diversità; dal regalo di Dio, salutarmente oneroso, di farci fratelli e sorelle, senza precondizioni.
Non siamo condannati a individualismo o faziosità o indifferenza. Resta l’alternativa, più difficile ed entusiasmante, ossia la pazienza di amare/amarci, nello Spirito/Amore di Dio.
L’edificio dello storico Seminario Vescovile ospita oggi variegate realtà, presenze e proposte e mi fa piacere che per quest’anno si sia scelto di accomunarle dando spazio all’idea di fraternità, e sororità, un’eco antica che oggi deve risuonare, necessariamente, sia di nuovo che in maniera nuova.

