DON FABIO PARATO
L’amicizia: la sola che genera vita fraterna
Una forma di resilienza collettiva che resiste alla solitudine, ai cambiamenti e all’incertezza
C’è un tavolo, nel salotto della nostra comunità, su cui sono raccolti diversi giornali e riviste che, di solito, subiscono il destino di essere solo sfogliati distrattamente tra un caffè e l’inizio delle lezioni. Ma qualche tempo fa mi ha sorpreso notare come alcuni dei seminaristi si siano interessati ad un articolo piuttosto lungo apparso sulla rivista di spiritualità Presbyteri, al punto da fotografarlo per condividerlo con gli altri sul gruppo WhatsApp di comunità. La mia sorpresa non è nata dal gesto in sé, ma dal tema di quell’articolo che aveva attirato la loro attenzione: l’amicizia.
Leggendone il titolo — Un prete per amico di padre Piotr Sulkowski — è come se un filo rosso avesse improvvisamente unito degli episodi a cui avevo assistito: l’attenzione dei seminaristi durante un incontro di formazione in cui avevamo accennato alla tematica dell’amicizia; una sera in cui, chiacchierando, alcuni di loro mi avevano confessato di voler approfondire l’argomento; il Papa al Giubileo che parla dei seminari come di una “scuola degli affetti”. Questi piccoli eventi mi sono parsi legati da un’unica trama, e mi sono chiesto se non fossero la manifestazione (non solo dei seminaristi, ma dei giovani in generale) di una mancanza o un desiderio: quello di relazioni autentiche, di legami d’amicizia solidi e duraturi, di imparare l’arte di essere veri amici.
Questo desiderio sembra emergere ovunque. Ne ho colto i segni persino negli studenti universitari che vivono in Seminario: stando con loro, si percepisce che non sono l’andamento accademico o l’intensità della formazione a determinarne umore e motivazione, quanto la qualità della loro vita relazionale. Molti di loro provengono da città distanti, alcuni da paesi con situazioni politiche e sociali complesse come Israele, Palestina e Iran. Lontani dai loro affetti, cercano lentamente di stringere nuovi legami in cui condividere gli anni di studio, combattendo con pazienza contro le difficoltà di inserimento in una nuova realtà e contro l’inevitabile senso di solitudine iniziale.
Nelle pagine di quell’articolo, l’autore sostiene che l’ingrediente indispensabile per una vita felice sia l’amicizia, cuore di ogni relazione fraterna. È una tesi che tocca un nervo scoperto: in un’epoca di connessioni rapide e fragili, emerge con forza il riconoscimento di una verità profonda, quasi banale eppure sempre più urgente. Non si tratta di semplice desiderio di socialità, ma del bisogno vitale di legami stabili; la ricerca di amici che sappiano “ascoltare il canto del nostro cuore e che, quando ne dimentichiamo le parole sotto il peso delle incertezze, siano lì per ricordarcele”. Sono i veri compagni dell’anima, figure necessarie per non smarrire la propria identità.
Osservando questi giovani universitari, scorgo in loro una forza che non ha a che fare con le prestazioni accademiche o le aspirazioni professionali. Li guardo con ammirazione mentre, con lentezza e pazienza, tessono trame di vicinanza: lo scambio di regali prima delle vacanze, una torta preparata a più mani per uno di loro nel giorno del compleanno, le ore passate in sala da pranzo a chiacchierare. In quei gesti molto semplici e ordinari abita una potente forma di resilienza. Spesso si pensa che questa sia una dote individuale, una sorta di corazza solitaria; questi studenti esercitano invece una resilienza collettiva, che li difende dalla nostalgia, dalle preoccupazioni e dalle frenesie quotidiane.
Non è un cammino lineare, né privo di resistenze. In un contesto che ci sollecita costantemente alla mobilità e alla realizzazione di sé, investire tempo nell'altro diventa una scelta che interroga le nostre priorità. Significa confrontarsi con l’alterità nella sua forma più nuda: accettare i tempi lunghi di una confidenza che si istaura lentamente, abitare le zone d'ombra e le complessità del carattere altrui, scommettere sulla stabilità in un presente che vive di mutamenti continui. Forse la vera questione che i giovani si trovano a presidiare oggi non è solo la ricerca di compagnia, ma la custodia della gratuità: la capacità di preservare un legame dal rischio di diventare funzionale a qualcos’altro, mantenendolo come uno spazio di senso in sé stesso.
Così, passando davanti a quel tavolo, guardo con un sorriso quelle riviste abbandonate tra briciole di biscotti e aloni di caffè, e mi chiedo se il piccolo scopo del nostro Studentato non sia qualcosa di più profondo del semplice fornire un alloggio o una serie di stimoli culturali. Forse il servizio più grande che possiamo offrire è proprio quello di essere custodi di uno spazio che possa essere relazionalmente significativo per chi lo abita. Uno luogo temporaneo, limitato ai pochi anni di studio, ma dove l’abitare non sia misurato solo dalla produttività accademica, o dalla comodità logistica, e abbia invece, per quanto possibile, il sapore dell’amicizia, unica via per un’autentica fraternità.

