DON LUCA ALBERTINI

Il diritto di essere “irsuti”

Attraverso la vicenda di Giacobbe ed Esaù, riscopriamo la grammatica della fraternità per abitare le relazioni oltre l'invidia e il giudizio.

La storia della nascita dei fratelli Giacobbe ed Esaù, narrata in Genesi 25,19-34, ha inaugurato il nostro nuovo anno formativo, indicando l’orizzonte della fraternità come tema centrale su cui meditare. È una vicenda che parla a ciascuno di noi e ci invita a riscoprire la "grammatica della fraternità" per costruire legami comunitari sempre più autentici. Il testo esordisce presentandoci la discendenza di Isacco. In questo incipit scorgiamo la nostra stessa realtà: ognuno di noi ha un passato, proviene da tradizioni e vicende che lo hanno preceduto, a volte luminose, altre segnate da ferite. Nelle nostre radici convivono santi e peccatori, momenti di comunione e profonde divisioni.

Come Isacco e Rebecca, anche i nostri genitori ci avranno desiderati e avranno pregato per noi. Tenere presente questo aspetto significa chiederci con quale delicatezza dobbiamo approcciarci alla vita nostra e dell'altro. Dobbiamo darci il permesso di avere delle fragilità e riconoscere nel nostro percorso fatti dolorosi o mancanze. Guardare tutto attraverso lo sguardo del Signore ci permette di avere carità verso noi stessi e verso il prossimo, accettando di essere non come idealmente vorremmo (o vorremmo che gli altri fossero), ma come siamo realmente. Ciò richiede la volontà di sospendere il giudizio. Una relazione fraterna autentica chiede di accogliere l’altro come un vissuto che incontra il mio per generare, insieme, una storia nuova.

Il racconto prosegue con i due figli che si urtano nel seno di Rebecca. Ella, turbata, interroga il Signore e riceve una profezia: «Due nazioni sono nel tuo seno [...] il maggiore servirà il più piccolo». Emerge anzitutto un dato centrale: il grembo di Rebecca, ritenuto sterile, è ora gravido di due figli. Laddove l’umano vedeva il limite, Dio crea vita abbondante.

La nostra esistenza non è solo una combinazione genetica, ma il luogo in cui Dio desidera operare la salvezza. La storia biblica è la continua ricerca di Dio verso l’uomo, culminata nell’Incarnazione di Cristo. Ogni nostra vicenda umana porta l’impronta di questa ricerca e della compiutezza raggiunta sulla croce, dove l’accesso al Padre è stato riaperto per tutti. In ciascun volto che incontro, posso contemplare Dio che cerca l’umano.

Alla nascita dei gemelli scopriamo la dimensione profondamente relazionale della nostra identità. Esaù, il "rossiccio", e Giacobbe, "colui che tiene il calcagno". Il gesto di Giacobbe, spesso interpretato come segno del "soppiantatore", può essere visto anche come il timore di perdere il fratello.

L’altro è colui che cerco perché desideroso di relazione, ma al contempo è colui che mette in luce la mia inadeguatezza. La sua presenza mi fa sperimentare la fatica del limite, poiché mi impone di spartire tempi, spazi e attenzioni. In questo senso, l'altro evidenzia un nostro deficit.

Come maturare? Come riconoscere l’originalità altrui senza sentirsi minacciati? Papa Giovanni XXIII diceva che la Chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare. Lo stesso vale per la vita fraterna: la comunità non è il palcoscenico dove far emergere la propria "preziosità", ma un vivaio di diverse originalità.

Questo richiede una vera amicizia, l'unica dimensione in cui accettiamo che l’altro evidenzi una nostra mancanza per aiutarci a crescere. Dobbiamo accogliere l’altro anche quando è "irsuto" come Esaù, capace di pungere, o "soppiantatore" come Giacobbe, desideroso di primeggiare. La fraternità nasce solo se accogliamo l’altro prima ancora che si sia "purificato" dalle proprie spigolosità.

Infine, l’episodio della primogenitura venduta per un piatto di lenticchie ci parla dell’invidia. Spesso desideriamo il primato dell'altro presumendo che ci darà sicurezza o gioia. La vita fraterna ci chiede invece di riconoscere i talenti altrui e aiutarli a custodirli, affinché siano carismi al servizio di tutti. È fin troppo facile trasformare chi ci sta accanto da dono in ostacolo.

Per vigilare su questi aspetti, abbiamo bisogno di tre strumenti fondamentali:

  • La preghiera: affidare al Signore la storia dell’altro, chiedendo uno sguardo gentile e premuroso.

  • La narrazione: la disponibilità a condividere il proprio vissuto con informalità, rendendosi vulnerabili e consegnando il proprio cuore nelle mani dell’altro.

  • L’ascolto: offrire spazi di silenzio e presenza, senza fretta, affinché l’altro possa esprimere sé stesso.

Ciò che rende il tempo una "storia di salvezza" è proprio la qualità relazionale che siamo capaci di offrire e di abitare.

Pubblicato sulla rivista annuale Il Seminario, numero 204, anno 2026