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“Il pastore e il diplomatico” un convegno per ricordare il cardinal Nicora

A un anno dalla scomparsa del Cardinale Attilio Nicora, avvenuta il 22 aprile 2017 a Roma, gli amici del cardinal Nicora hanno organizzato un convegno di studio, tenutosi al Salone Estense di Varese sabato 12 maggio, dal titolo: “Il lascito spirituale e culturale del Cardinale Attilio Nicora – Il pastore e il diplomatico” che riassume le due strade intrecciate della sua vita di uomo di Chiesa.



Di seguito riportiamo l'intervento tenuto al convegno dal nostro Rettore, mons. Giacomo Radivo, dal titolo "L'episcopato veronese: l'idea di Chiesa"


IL CARDINALE ATTILIO NICORA, L’EPISCOPATO VERONESE: L’IDEA DI CHIESA

Ringrazio chi mi ha chiamato a svolgere questo intervento perché mi ha fornito un’occasione per ripensare a tanti momenti di vita, e a tanti dialoghi che ho avuto con il Cardinale, quando era Vescovo di Verona, ed io il suo segretario, e poi è stata per me occasione di rileggere i suoi scritti.

Fui nominato suo segretario nell’agosto del 1992 ed egli volle incontrarmi subito per conoscermi. Il primo incontro avvenne qui vicino, a Gazzada, a Villa Cagnola, dove si trovava per alcuni giorni.

Fu un incontro molto semplice e molto bello, pranzammo poi assieme. Ebbi subito la sensazione di trovarmi di fronte ad una gran persona, per bontà, cultura ed intelligenza, quelle persone che ti colpiscono già al primo incontro.

Congedandomi quel pomeriggio mi disse: “Accogliamoci reciprocamente come un dono”. E fu proprio così per gli anni intensissimi che vivemmo nel Vescovado di Verona.

Intensissimi perché si condivideva tutto il giorno, tutti i giorni, domeniche comprese. Mai lo lasciai solo, nemmeno una volta, a pranzo o a cena. Sono a lui veramente grato perché diede l’impronta decisiva al mio sacerdozio.

L’episcopato veronese: fu più faticoso di come lo immaginava prima di venire a Verona.

fu fecondo perché incise in profondità.

Fece l’ingesso in diocesi il 27 settembre 1992. Sulle prime vi fu una qualche difficoltà di approccio tra Mons. Nicora e i preti, anche per la grande differenza di indole con il suo predecessore, Mons. Giuseppe Amari, dal carattere cordialissimo e festoso. Non c’è dubbio che il tratto austero e serio del nuovo Vescovo creò un po’ di sconcerto. Del resto egli stesso si definiva un ‘longobardo’. Ma passato il primo momento si ebbe ben presto l’impressione che con il nuovo Vescovo si doveva fare sul serio ed essere estremamene professionali; si capiva che non erano ammesse ‘mezze misure’, o le cose fatte in maniera approssimativa.

Diede al clero, in poco tempo, la consapevolezza forte e positiva che il prete era persona pubblica, che l’esempio di vita santa dato alla nostra gente era fondamentale, che da ciascuno di noi la Chiesa si attendeva molto: una totale dedicazione, di mente e di cuore, come era per lui. La giornata di un presbitero doveva essere completamente dedita al Regno di Dio. Parimenti ci prese subito la sensazione che con il Vescovo Attilio eravamo in manie esperte e sicure, eravamo guidati da una persona di grande esperienza, che ci avrebbe presi sul serio e accompagnati con fermezza e paternità.

Mi raccontava molte cose, e mi metteva a parte di situazioni molto delicate riguardanti la Diocesi. Io avevo allora solo 28 anni, e mi stupivo della fiducia che mi dava. Mi accorsi pian piano che così mi stava insegnando molto, della vita e della Chiesa. Senz’altro era un Vescovo ‘educatore’, che incarnava una Chiesa che sapeva dare fiducia ai giovani.

Dicevo: L’episcopato veronese fu per lui più faticoso di quanto lo immaginava. Verona fu la prima e anche l’unica diocesi che egli resse, ed in più occasioni mi metteva a parte di come fosse faticoso fare il Vescovo diocesano.

Io gli dicevo: “ma Lei ha fatto tante cose importanti, a livello nazionale, in CEI, in Santa Sede. Saranno state più difficili quelle”. “Eh no – mi rispondeva – è molto più difficile quando ti trovi davanti ai problemi della gente e dei preti, dei quali sei responsabile e ai quali devi tempo e attenzione. Un conto è essere davanti a carte e protocolli, un conto è quando hai davanti delle persone che ti portano il loro carico di problemi e che si attendono delle risposte, in una diocesi poi come Verona, dove il Vescovo è ancora avvertito come il riferimento principale”.

Non c’è dubbio che il Cardinal Nicora trovava molto più complessa ed esigente la vita del Pastore che quella del Diplomatico. Quante volte me lo disse.

Quello che per lui rendeva ancor più gravoso il carico episcopale era indubbiamente il temperamento proprio e quella carica spirituale che lo portava, senza possibilità di alternative ad un impegno indefesso perché le cose fossero fatte al meglio, vorrei dire alla perfezione.

Ricordo che una sera, assieme al suo medico, gli dicemmo che dovevamo rallentare i ritmi, ed Egli ci disse: “è che io non sono capace di far finta. C’è chi è bravo a far finta… io non sono capace, è più forte di me”.

Come disse nella famosa omelia di saluto alla diocesi, riteneva che l’episcopato ‘consistesse meno nello scrivere, nel viaggiare e nel benedire, e più nel governare’.

Per questo il suo episcopato a Verona fu tanto fecondo. Divenne un riferimento importante per la città, per i preti e i laici, per i politici, per gli amministratori, per i responsabili di svariate associazioni; la lista di attesa per le udienze diveniva sempre più lunga.


L’idea di Chiesa

Vivere accanto a lui significava respirare continuamente la sua idea di Chiesa, ed il suo amore appassionato ad essa, non perché fosse perfetta, ma perché in essa ci ha radunati Gesù Cristo, perché essa ci ha raggiunti, là dove eravamo, e ci ha annunciato che Cristo è Risorto ed è il Signore. Sarebbe impossibile in questa sede voler rintracciare la sua ecclesiologia in tutti i suoi interventi e le sue omelie, mi limito dunque tre scritti.

Il Progetto pastorale: Annunciare celebrare e testimoniare il Vangelo della Carità, 1994-95

e le due lettera pastorali: La virtù cristiana della sobrietà. Quaresima 1996

La virtù cristiana della castità. Quaresima 1997

Il Vescovo Nicora attese la fine del suo secondo anno di ministero a Verona prima di stendere il Progetto Pastorale, perché dedicò i primi due anni all’ascolto delle persone, alla visita nelle parrocchie, per prendere coscienza della realtà della sua Chiesa locale.

Rileggendo ora il suo Pp., si rimane sorpresi per la sua attualità, a distanza di 24 anni.

Si potrebbe dire che aveva in sé qualcosa di profetico se il tempo, che corre tanto veloce, non ne ha consumato a tutt’oggi la forza della proposta.

A monte del progetto il Vescovo individuava con grande chiarezza delle sfide che stavano davanti alla Chiesa, la Chiesa italiana, e quella veronese.

Anzitutto la tendenza al consumarsi veloce della dimensione religiosa nella società ed il progressivo venir meno dei riferimenti etici fondamentali e generalmente condivisi, con il sorgere di modelli di vita che prescindono totalmente dal riferimento al trascendente.

Poi notava che anche tra i cristiani apparivano segni di una crisi profonda. Anzitutto la soggettivizazione della fede: Dio ed il rapporto con Lui venivano da molti concepiti e vissuti a proprio piacimento, fondendo insieme sentimentalismo e noncuranza per una seria formazione catechetica

Inoltre l’appartenenza parziale alla Chiesa, nella linea di una frequentazione frammentata e discontinua, con tratti di fruizione mercantile di servizi religiosi che si pretendono assicurati su richiesta.

Ed infine il sempre più rilevante scarto tra fede e vita, nel senso che interi comparti dell’esistenza sono praticamente sottratti al riferimento di fede, sentita di volta in volta come mero sentimento o come limite etico, o come orizzonte di valori, senza che l’incontro personale con Gesù Cristo diventi esperienza profonda.

Questi elementi di crisi, il Vescovo Nicora li vedeva manifesti in tre direzioni particolari: la progressiva precarietà del matrimonio e della famiglia, la crisi della natalità, l’incapacità di una forte proposta educativa per i ragazzi e i giovani privi di modelli.

Di fronte a questa crisi, che ora stiamo vivendo, e che già Egli delineava tanto lucidamente 25 anni fa… emerge nel Pp e negli altri suoi interventi, la sua idea di Chiesa.

Introducendo il Pp scriveva. “Non sappiamo prevedere su quali equilibri andrà ad attestarsi nei prossimi decenni la nostra società e la nostra Chiesa: ma poiché sappiamo che in parte il futuro dipenderà da noi, è bene non attardarsi in sterili lamenti o nostalgie, ma individuare forme di una nuova azione pastorale che sappia esprimersi dentro la crisi, con limpida fede e sicura speranza.

Il futuro dipenderà da noi. Il futuro non dipenderà solo dal Papa, o dalle scelte dei Vescovi, dipenderà da tutti noi, noi Chiesa. Siamo la Chiesa, e ciascuno in essa ha la responsabilità del Regno di Dio… ciascun cristiano deve sentirsi annunciatore della Parola del Vangelo.

Aveva un concetto assolutamente lontano da una chiesa clericale, gestita dai preti e tutt’al più da persone che collaborano in parrocchia.

Ogni volta che ci recavamo in una parrocchia, chiedeva al parroco che, dopo la celebrazione, ci fosse la possibilità di incontrare il Consiglio pastorale ‘allargato’ ai collaboratori, catechisti e animatori… e a loro trasmetteva anzitutto questo messaggio fondamentale: tutti noi siamo la Chiesa, ed in essa abbiamo responsabilità diverse e carismi diversi. Tu cosa fai per annunciare il Regno di Dio, là dove operi e dove ti trovi a vivere? Questa domanda, in forme diverse, era per ogni categoria di persone. Non esiste nella Chiesa la categoria degli spettatori, tutti siamo corresponsabili del Regno di Dio. Era questo lo snodo ed insieme la sfida, che egli riteneva fondamentale. Suscitando questa consapevolezza di corresponsabilità, creava un senso di appartenenza, e tale appartenenza ecclesiale rimandava tutti all’impegno, in una Chiesa chiamata ad esprimersi ‘dentro la crisi’. Non accanto, o nonostante la crisi.

Il Cardinale Nicora vedeva lucidamente i problemi della società e della Chiesa, e li intuiva nella loro gravità, ma non vedeva mai ‘catastrofi’. Oggi in vari ambienti ecclesiali si avverte talora la ‘sindrome da crollo imminente’: tutto viene meno. Il Vescovo Attilio non pensava mai questo, ma vedeva la Chiesa come il luogo della fiducia che nasce dalla fede.

“Il Signore è con noi, ogni giorno – scriveva nel Pp – e lo sarà fino alla fine. Se ci lasciamo portare al largo dal soffio dello Spirito, avremo la forza per attraversare l’imponente fenomeno di trapasso epocale in termini costruttivi, anzi creativi, per preparare un non impossibile rilancio della grande tradizione cristiana. Occorre aver coscienza dell’ora decisiva che stiamo attraversando: la Chiesa di domani sarà per tanti aspetti quella che noi oggi vogliamo che sia, se per essa decidiamo di spenderci senza riserve. Il tempo urge, la provocazione incalza, la neutralità pastorale è impossibile, chi sta fermo và indietro; per non arretrare bisogna decidere di andare avanti”.

Papa Francesco parla continuamente di ‘Chiesa in uscita’… Penso a come il Cardinal Nicora e l’attuale Pontefice abbiano avuto un’idea di Chiesa tanto simile. Il Cardinale non usò mai l’espressione ‘Chiesa in uscita’, ma il concetto era il medesimo, quando negli incontri con le comunità cristiane non si stancava di ripetere che noi tutti veniamo da una grande tradizione che ci ha abituati, quando parliamo di pastorale, a coniugare il verbo venire. Il parroco suonava la campana, e la gente veniva. E poi ci si domanda: ‘ne son venuti tanti’?, ‘Ne son venuti pochi’? Ora è giunto il tempo di coniugare il verbo andare. ‘Ne son andati tanti’?, ‘Ne son andati pochi’? a portare l’annuncio cristiano in questa società. La Chiesa in uscita, cioè l’andare del cristiano laico a testimoniare il Vangelo, con il proprio impegno, la propria umanità bella, la propria competenza, nei vari ambienti di vita, dove si trova ad operare, l’ufficio, la scuola, l’ospedale, l’università, la fabbrica, che sono oggi la frontiera dell’evangelizzazione, senza con questo voler svuotare la dimensione parrocchiale… ma questa sola – sosteneva - non basta più. Ad evangelizzare non si va in parrocchia, ma nel cuore della società.

Il cristiano laico che pensava, (in questo era uomo che amava tanto l’Azione cattolica, e tanto desiderava rivitalizzarla in Diocesi) non era tanto quello impegnato in parrocchia, ma nella società, nella professione, nella politica, entro un corretto e costruttivo rapporto presbiteri-laici.

Esortava i pastori a “prendere sul serio la ricchezza dei doni che lo Spirito suscita nel cuore dei credenti, di aiutare a riconoscerli e a coltivarli, e accompagnare gli stessi nella ricerca di un’autentica ed originale spiritualità laicale, che liberi sempre più in loro le ricchezze battesimali e i molteplici doni di natura e di grazia, che riporti il compito del prete sempre più chiaramente da un generico ‘tutto fare’, all’impegno della ‘presidenza della carità’, in una comunità articolata e dinamica”.

Nel cuore del Pp il Vescovo Nicora andava approfondendo ulteriormente gli aspetti problematici della religiosità che egli avvertiva presenti, e così scriveva: “L’annuncio del Dio cristiano sembra farsi sempre più impervio e stenta a raggiungere in maniera appassionata e stimolante la nostra gente (…) Dobbiamo però domandarci se talune non piccole difficoltà ad una evangelizzazione più credibile ed incisiva non derivino proprio da nostre ambiguità ed incertezze. E’ veramente il volto del Dio cristiano quello che quotidianamente noi presentiamo dalle celebrazioni, alle omelie, alle catechesi, fino al nostro modo di ‘dire Dio’ nei dialoghi e nei rapporti in cui si intrecciano le nostre giornate? La mentalità più semplice e diffusa trascina in sé un’idea di Dio che ha tratti ‘paganeggianti’, perché forse non fu mai completamente ‘cristianizzata’. Un Dio visto prevalentemente come Signore e padrone, onnipotente, ma anche per alcuni versi, incomprensibile e tiranno, che esige l’osservanza di tanti precetti, e ad essa condiziona la concessione della sua benevolenza, protezione e salvezza. Da qui deriva una religiosità di stampo contrattualistico: ‘ti do, perché tu mi dia’. Un rapporto di scambio, invece che una relazione d’amore.

Ebbene, la Chiesa è stata inventata dal cuore di Dio, perché come popolo dei credenti nel Dio Amore, prolungamento visibile di Gesù nella storia, si lasci condurre al largo dal soffio dello Spirito, annunciando e svelando al mondo intero il volto del Dio cristiano”.

Quale assonanza con la Evengelii Gaudium di papa Francesco.

Compito della Chiesa è questo, l’annuncio del Dio cristiano; questo è il senso del suo esistere.

Di qui la necessità della Chiesa. La Chiesa, per il credente, è una realtà necessaria.

Chiunque pensa di gestire da sé il rapporto con Dio, si troverebbe a credere in un Dio che non è più quello di Gesù Cristo.

Infatti, ci si può riconoscere figli del Padre, soltanto accettando di essere fratelli di Gesù e vivendo da fratelli tra noi.

La Chiesa è una realtà da amare. Quante volte nei ritiri, o nelle omelie, nella predicazione degli esercizi al clero, egli intendeva testimoniare il suo amore alla Chiesa, e ritornava su questa tematica.

La Chiesa si ama non perché è perfetta, ma perché esce dal cuore di Dio, perché in essa scopriamo il vero volto di Dio.

Nel Pp il Vescovo metteva in guardia i fedeli dal rischio presente di “una sorta di disaffezione sottile, quando non addirittura di sospetto e di accanimento nel metterne in luce i limiti ed i condizionamenti. – e continuava – Alla sua Chiesa Dio non chiede forme morbose di autoflagellazione, magari secondo copioni forniti da chi fino a ieri celebrava i fasti di ideologie disumanizzanti, ma la disponibilità a lasciarsi ogni giorno purificare nel sangue di Gesù, per farsi bella e immacolata al suo cospetto. E a noi, Dio chiede di amarla con l’umile fierezza di farne parte per grazia, come madre che ogni giorno ci nutre e ci sostiene”.

Molto sensibile alla realtà delle povertà, era stato anche presidente della Caritas, il Cardinale Nicora vedeva la Chiesa quale luogo storico della carità di Gesù.

Dal Pp: “La Chiesa è il luogo che accoglie i ricchi disposti a farsi poveri, e i poveri disposti a non diventare ricchi”.

“Rispettare i poveri, accogliere i poveri, servire i poveri e, provocati dalla loro mite e stingente presenza, disposti a farsi i poveri e a vivere con i poveri: questo dovrebbe essere l’itinerario inesorabile di una carità ecclesialmente educata”.

“Ne verrebbe anche l’impegno a studiare le cause della povertà, per prevenirle, la fierezza di combattere le ragioni dei troppi squilibri locali, nazionali e mondiali (…) per restare in ambito intra-ecclesiale, mi pare di poter dire che la questione decisiva resta quella della sobrietà e dei nuovi stili di vita, che tutti i cristiani sarebbero chiamati ad adottare”. Il cristiano non può sottrarsi ad uno stile di vita più sobrio, per essere più solidale.

Questa importante dimensione veniva ripresa dal Vescovo Nicora nella bellissima lettera pastorale della Quaresima del 1996 dal titolo “La virtù cristiana della sobrietà, sfida evangelica al consumismo e via alla carità”.

Nella lettera ritornava sull’idea di una Chiesa, intesa come tutta la comunità dei credenti e dei battezzati, sobria e solidale, segno eloquente nella società di attenzione di amore verso i poveri e gli ultimi, e verso i paesi dove vi è ancora lo scandalo della fame. Chiesa sobria, solidale, anche austera.

Nicora non usò mai l’espressione dell’Assemblea latino americana di Medellin del 1968, che Papa Francesco più volte ha riproposto ‘Chiesa povera per i poveri’, ma leggendo la lettera pastorale del 1996 salta agli occhi l’assonanza di visione di Chiesa sobria che si fa vicina e condivide con i poveri, che è propria e tanto cara al Papa.

“Noi siamo tra coloro che vivono al di sopra delle possibilità del pianeta. Quel quinto di umanità che consuma i quattro quinti delle risorse mondiali e intacca anche l’eredità delle generazioni future. (…) Lo spirito di povertà e di amore è una gloria per la Chiesa; cioè non è un qualcosa che dà tristezza, ma senso, gioia e identità profonda: segno della Chiesa di Cristo”.

“E’ in questione la responsabilità di tutti e di ciascuno: anche la singola persona è sollecitata ad assumere uno stile di vita improntato ad una maggiore sobrietà, e talvolta anche all’austerità, e nello stesso tempo capace di risvegliare una forte sensibilità per gesti generosi verso coloro che vivono nell’indigenza e nella miseria. Il grido dei poveri che muoiono di fame non può essere inteso come un semplice invito ad un qualche gesto di carità; è piuttosto un urlo disperato che reclama giustizia ed esige che i gesti religiosi del digiuno e dell’astinenza diventino il segno trasparente di un più alto impegno di giustizia e di solidarietà”. Lettera Past. Sulla Sobrietà 1996

Il Vescovo Nicora spesso ripeteva che in tema di povertà, lontane, o anche di casa nostra, la Chiesa non può delegare alla politica, semmai diceva sovente che, come cristiani è necessario che ci riappropriamo della politica, ponendo noi dei traguardi concreti a uomini politici, e dando fiducia a quelli che si impegnano a perseguirli, e nel contempo, come Chiesa, dobbiamo anche dare il nostro contributo nel formare politici nuovi. Spesso dei politici si parla male, ma il Cardinale si domandava se, come Chiesa, non si era smesso del tutto di offrire una formazione a quanti avvertono la vocazione alla politica e allo spendersi per il bene comune. In questo spirito fece nascere in diocesi la Scuola Socio Politica.

Nutriva poi una grande fiducia nell’efficacia della Chiesa quale segno e iniziativa d’amore per tutta la società, eloquente per la stessa politica. Bellissime le parole che troviamo verso la fine della citata Lettera Pastorale:

“La tenace testimonianza dei primi cristiani ha portato a grandi cambiamenti nella società pagana. Ricordiamo che il divertimento di massa di quei tempi era il circo, dove i gladiatori combattevano, e gli spettatori decidevano della vita o della morte dei vinti. Qualcosa è cambiato! E perché qualcosa non può cambiare anche oggi nella cultura di massa? Se una vivace minoranza rimane fedele agli impegni assunti a dà la testimonianza (non triste e lamentosa, ma gioiosa ed entusiasta) di nuovi stili di vita, si crea la premessa politica dei cambiamenti di massa; perché quella testimonianza produce un alone di simpatia attorno alle novità”.

Vorrei concludere con due ricordi personali di atteggiamenti che lo contraddistinguevano e che comunicavano ancora a chi lo conosceva la sua idea di Chiesa.

Mons. Nicora non era un Vescovo ‘presenzialista’, che voleva esserci sempre, ad ogni occasione, magari per una comparsata fuggevole perché pressato da molti appuntamenti. A manifestazioni annuali, anche a carattere cittadino preferiva intervenire ad anni alterni. Era il Vescovo, ma non si identificava con la Chiesa. Non ci sarò io, ci saranno altri a quell’appuntamento, c’è la Chiesa.

Chiedevano, un giorno, i sacerdoti di una parrocchia, una sosta del Vescovo per benedire un ambiente pastorale ristrutturato che si trovava sulla strada che avremmo percorso in macchina per andare in visita in un’altra parrocchia. Domandavano una presenza di pochi minuti, ma egli non volle, e mi spiegò che lì si trovava gente che ha dato impegno e denaro, e merita dal Vescovo tempo e attenzione, non pochi minuti, ed era più serio che i loro sacerdoti presiedessero alla cerimonia di inaugurazione, mentre il Vescovo avrebbe incontrato quella comunità con calma in un momento più disteso, dove non mancasse il tempo del dialogo.

Il secondo ricordo è legato alle liturgie.

La sua idea di Chiesa si rifletteva anche nello stile del suo celebrare. Sempre molto compreso nel Mistero, trasmetteva a tutti la sua consapevolezza di essere ‘alla presenza’ del Mistero dell’amore di Dio, che viene a noi in maniera del tutto speciale nella celebrazione dell’Eucaristia, che fa la Chiesa. Mi ricordava un po’ Mosé di fronte al Roveto ardente. (Es 3)

Lo stile era solenne e sobrio insieme, lontano da ogni concessione al protagonismo del celebrante, privo di qualsiasi parola inadeguata o che poteva suonare superflua.

Le omelie, molto appropriate e curate nella preparazione, esposte in una lingua italiana perfetta, costituivano il suo unico intervento nel corso di una celebrazione, evitava qualsiasi monizione in altri momenti, ma lasciava parlare il rito e lo stesso silenzio.

Mal sopportava il fatto che talora, sacerdoti o zelanti catechiste introducessero nella liturgia parrocchiale elementi che con essa nulla c’entravano o rischiavano di banalizzarla (le processioni offertoriali nelle quali arrivavano all’altare palloni, mappamondi, quaderni, giocattoli, tute da sport, scarpe da ginnastica), ed altresì apprezzava poco durante le cresime, le esecuzioni di corali che proponevano brani di indubbia bellezza e pregio artistico-musicale, ma incomprensibili a quelle assemblee tanto eterogenee, e di fatto le escludevano dalla partecipazione al canto.

Le liturgie che il Cardinale Nicora celebrava erano solenni, ma nel contempo agili, mai lunghe, ‘abitabili’ potremmo dire, soprattutto quando vedeva che in chiesa vi era molta gente che non aveva trovato posto a sedere. Ci dava il senso di una Chiesa non autoreferenziale, direbbe Papa Francesco, ma di una Chiesa della gente, di tutti noi.


mons. Giacomo Radivo

Varese, 12 maggio 2018




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